giovedì 6 giugno 2013

Musica e sordità: sentire musica con le mani



Ho voluto dedicare questo spazio del blog al rapporto sordità – musica, in quanto penso che questa è una forma d’arte che riguarda tutti noi e che non può non riguardare anche gli individui sordi. Ebbene sì, la musica si può accostare alla sordità, anche se la questione provoca effetto.
L’accostamento sordità-musica ancora oggi fa sorridere molte persone. Ma se intendiamo la parola musica come la intendevano i greci, cioè come mousiké, concetto sicuramente più ampio rispetto a come lo intendiamo noi oggi, vale a dire musica intesa come fenomeno che è al tempo stesso sonoro – acustico – ritmico – linguistico–gestuale, cioè musica intesa come arte del tempo, arte della dinamica del corpo, allora siamo sulla buona strada per cercare di non vedere questo accostamento come insignificante o addirittura impossibile, bensì come rapporto che fa della musica un elemento che non conosce barriere.
Effettivamente anche se ancor oggi sull'aspetto sordità-musica vi sono dei pregiudizi, i non udenti ne sono attratti, questo perché oggigiorno siamo circondati quotidianamente dai suoni e dalle musiche, ed essendo il mondo dei sordi, il mondo dalla quale proveniamo tutti noi, quest’insaziabilità com'è insita negli udenti, lo è nei sordi; questo accade anche perché tutti gli esseri umani sono circondati da suoni e musiche a partire dalla vita nel grembo materno , il quale viene chiamato da alcuni studiosi la Prima Orchestra, orchestra che permette di accordare in una vibrazione – fisica e sonora – il corpo della mamma e quello del bambino. Queste esperienze sonore ascoltate in grembo, rimarranno radicate nella memoria originale di ognuno di noi, anche delle persone non udenti. Detto questo però la domanda nasce spontanea: com'è possibile tutto questo visto che le persone sorde probabilmente già prima dalla nascita non sono dotati di udito? L’ascolto è qualcosa di complesso. È sbagliato quindi attribuire l’ascolto di suoni, rumori, parole e musiche soltanto alle orecchie. I sordi sentono come noi perché il loro corpo, in particolare le loro mani, sono le loro orecchie.
Attraverso la risonanza corporea i non udenti si accorgono di qualcosa che investe il loro corpo, permettendogli di “ascoltare” in un diverso modo.
Dopo aver chiarito come le persone non udenti possono “sentire” la musica, affermare che i sordi amano andare a ballare in discoteca non dovrebbe più portare sgomento. Ebbene si, le persone sorde prediligono andare in discoteca, e sin quanto detto è evidente che la chiave è il ritmo: esso è quella parte della musica, quel 50% che si affianca alla melodia, che i sordi percepiscono, nonché la parte più intima e primitiva della musica, quella fatta di tamburi e percussioni, che permettono di sentire le vibrazioni per tutto il corpo, provocando delle vere e proprie emozioni, come ogni individuo udente quando ascolta la musica.
A tal proposito, dunque, l’aspetto interessante, oltre al fatto che questi individui – anche se in forma diversa – possono “sentire” la musica, è che, come ogni individuo che ascolta la musica, anche nell'individuo sordo essa provoca delle emozioni, ed evoca degli stati d’animo.
Le emozioni si formano attraverso il vissuto psicologico di ognuno di noi, perciò sono uniche, ma paradossalmente sono uguali per tutti. Precisamente sono ‹‹avvertite›› in modo soggettivo ma dichiarate attraverso le stesse manifestazioni fisiche: espressioni del volto, rossore, sudorazione, batticuore, coinvolgimento del sistema nervoso. Dunque nel momento in cui i sordi provano emozione sentendo una musica, la manifestano allo stesso modo di qualsiasi altro individuo normodotato. Questo è essenziale per dimostrare come la musica, intesa come musa ispiratrice delle nostre emozioni, ha lo stesso valore tanto per gli udenti quanto per i sordi. In dimostrazione di ciò mi viene da riportare un modo di dire che in questo caso fa capire la vera essenza della musica per il non udente: quante volte quando siamo profondamente emozionati usiamo dire ‹‹mi mancano le parole››, quasi a dimostrare che gli stati d’animo più intensi, le sensazioni più viscerali le percepiamo “sentendo” non parlando. Tante volte usiamo questo modo di dire, forse perché effettivamente le emozioni li percepiamo con il cuore e non con l’orecchio.
Detto questo si può affermare che il rapporto sordità-musica è un rapporto reale e significativo e che il lavoro e l’impegno di musicisti sordi ne è un esempio per le persone sorde ma soprattutto per gli udenti, in quanto questo può far capire che siamo tutti umani e possiamo fare le stesse cose.

“… Lo strumento trasmette la mia energia e le mie composizioni sono la mia voce, che parla ancora più delle parole perché, come dissero i grandi della musica ‹‹la musica arriva là dove le parole non arrivano››”
Daniele Gambini (musicista e compositore sordo)






mercoledì 5 giugno 2013

Devi essere sordo per capire (Prima Parte)


(Willard J. Madsen)

Che cosa c’è di più terribile che “sentire” una mano?



Devi essere sordo per capirlo!

Che cosa c’è di più terribile che essere un bambino,
a scuola, in una stanza vuota di suono
con una maestra che parla e parla e parla;
e che quando ti viene vicino
si aspetta che tu abbia capito le sue parole?


Devi essere sordo per capire.


O quando la maestra pensa che per farti felice
basti insegnarti a parlare con la tua voce;
come se tu fossi un giocattolo nelle mani di un bambino ignaro
che ti strapazzi per ore ed ore senza fine e pietà,
prima che venga fuori un verso che assomigli a un suono?


Devi essere sordo per capire.


Che cosa c’è di più terribile che avere la tentazione di conoscere
tutte le verità del mondo
e di volerle conoscere con le tue sole forze,
e poi scoprire che questo tuo desiderio è destinato
ad andare in fumo
e allora ti rivolgi a un fratello, a una sorella, a un amico
perché ti guardino per darti una risposta
e che invece ti dicono, “Ma di che t’impicci, lascia perdere!”?


Devi essere sordo per capire.


Che cosa c’è di più terribile che starsene in un angolo in castigo,
pur sapendo di non aver fatto niente di male,
se non di esserti azzardato a usare le mani
per comunicare a un fratello del silenzio
un pensiero che ti è venuto in mente proprio in quel momento?


Devi essere sordo per capire.


Che cosa c’è di più terribile che vedere qualcuno gridare,
qualcuno che è solo convinto di aiutare a sentire;
e interpretare male le parole di un amico
che non vuole far altro che aiutarti a capire,
mentre tu credi che voglia prenderti in giro?


Devi essere sordo per capire.


Che cosa c’è di più terribile di quando ti ridono in faccia,
solo perché tu cerchi di ripetere le parole degli altri
proprio per essere sicuro di aver capito bene,
e poi ti accorgi che non avevi capito niente
e allora vorresti gridare, “Ti prego, fratello, aiutami!”?



L’autore di questa poesia è Willard J. Madsen,

professore al Gallaudet College,

direttore del “Sugn Language Programs”,

sordo.



Abbiamo ritenuto possibile dividere questa poesia del Prof. Madsen in due parti, due momenti che possono esserci utili a capire come il bambino sordo si trovi in ovvia, netta difficoltà, ad essere calato in un mondo di suoni come è il nostro mondo. Nella prima parte di cui mi occuperò in questa sezione (per la seconda vi rimando all’intervento di Nicoletta Esposito, sempre all’interno di www.eticadellacomunicazione.blogspot.it ) emerge chiaramente come nella condizione attuale la vita del sordo sia veramente complicata anzi, per dirla con le parole di Madsen, terribile. . Immaginiamoci per un istante di vivere in un mondo del silenzio, senza che alcun suono raggiunga il nostro orecchio; liberi non solo dal rumore e dal caos cittadino, di quello in pochi potremmo dispiacerci, ma liberi da qualsiasi cinguettio, sibilo, insignificante suono. Ora immaginiamoci nelle nostre classi, nelle aule universitarie, nei nostri uffici, nei supermercati, completamente avvolti dal silenzio. Con i nostri amici che cercano di comunicarci qualcosa emettendo dei suoni che noi non possiamo sentire e che, allora, pensano bene di ignorarci, di lasciarci lì nel nostro mondo ovattato. Pensiamo che nelle nostre scuole i nostri insegnanti si avvicinino a noi urlandoci nelle orecchie credendo di aiutarci così a sentire e… parlare.

Sembra si voglia ignorare che un sordo profondo è quel qualcuno che sin dalla nascita non ha mai avuto esperienza di un suono e che pertanto  non è nemmeno in grado di produrlo; semplicemente perché non ha idea di cosa quel suono sia. «Che cosa c’è di più terribile che essere un bambino,a scuola, in una stanza vuota di suono con una maestra che parla e parla; e che quando ti viene vicino si aspetta che tu abbia capito le sue parole? […]O quando la maestra pensa che per farti felice basti insegnarti a parlare con la tua voce?». Come si può pretendere di insegnare a produrre un suono a qualcuno che non sa cosa sia questo suono? Sarebbe come spiegare ad un cieco che l’arcobaleno è fatto da sette colori, spigargli cosa sia un colore o fargli capire che il cielo è azzurro e non giallo. Il cieco non sa cosa sia il giallo, non sa cosa sia un colore, così come il sordomuto non sa cosa sia un suono. Ecco perché è sordo ed anche muto. Ecco perché insegnare al sordo a parlare con la propria voce non lo rende felice anzi! Lo si costringe ad apprendere una lingua che non è la sua, una cosa che per lui non significa nulla. Quello di cui stiamo parlando è l’oralismo puro a cui tanti bambini sordi sono costretti perché nel 2013 molti genitori e molti medici ritengono che segnare sia qualcosa che non appartiene all’essere umano il quale per essere tale ha bisogno di una lingua parlata: le lingue dei segni vengono considerate, erroneamente, linguaggi e non lingue e dunque non possono essere il discrimine tra l’uomo e la bestia. Il problema dell’oralismo puro però è che non prevede un accesso immediato ad una lingua del soggetto e così facendo destiniamo il bambino sordo a non avere mai una sua lingua. Se si vieta al sordo di accedere alla propria lingua naturale egli non avrà quello sviluppo cognitivo che ogni essere umano ha nel momento in cui accede alla propria lingua naturale. La lingua naturale del sordo è inevitabilmente quella dei segni. Allora  c’è un modo per evitare che il la vita di ogni bambino sordo sia la vita del bambino di Madsen. Se si accettasse questa lingua come appunto una lingua e non un linguaggio il bambino sordo non sarebbe costretto a «starsene in un angolo in castigo, pur sapendo di non avere fatto niente di male,se non di esserti azzardato ad usare le mani per comunicare ad un fratello del silenzio un pensiero che ti è venuto in mente proprio in quel momento».  Ha ragione Madsen, devi essere sordo per capire; devi essere sordo per capire che costringere un sordo a parlare è andare contro la sua natura, devi essere un sordo per capire che se il sordo non segna non ha altro modo per comunicare, devi essere un sordo per capire che il sordo non può parlare e che l’unico modo per evitare che si possa ridergli in faccia, a parte avere un po’ di buona educazione, è lasciarlo esprimere nel modo che più gli è congeniale. (Ovvero la lingua dei segni di cui si occuperà Nicoletta Esposito.)

Insomma devi essere un sordo per poter sperare nell’esistenza di un mondo che sia anche a misura di sordo.





(Realizzato volutamente senza audio)

Devi essere sordo per capire (Seconda Parte)



Devi essere sordo per capire

(Willard J. Madsen.)

[…]
Devi essere sordo per capire

Che cosa c’è di più terribile che pendere dalle labbra
di qualcuno che sente per te al telefono un amico;
e far telefonare a una ditta
ed essere costretto a svelare le tue cose più intime,
e poi scoprire che le tue parole
non sono state “tradotte” chiaramente?

Devi essere sordo per capire.

Che cosa c’è di più terribile che essere sordo e solo
in compagnia di quelli che possono sentire
e tu non puoi far altro che tirare ad indovinare mentre si cammina,
perché non c’è nessuno che ti tenda una mano
mentre tu cerchi di destreggiarti fra le parole e i suoni?

Devi essere sordo per capire.


Che cosa c’è di più terribile che incontrare per strada
uno sconosciuto che all’improvviso apre la bocca
per chiederti qualcosa
le parole corrono veloci sulle sue labbra
e tu non riesci a capirci nulla,
perché lui non sa che tu ti sei smarrito a rincorrere la sua voce?

Devi essere sordo per capire
.

Che cosa c’è di più terribile che capire
le agili dita dei sordi che descrivono una scena
e che ti fanno sorridere ed essere sereno
con la « parola parlata » di una mano che si muove
e che ti aiuta in qualche modo a far parte del mondo?

Devi essere sordo per capire.

Com’è terribile sentire. una mano.

Sì, devi essere sordo per capirlo!

WILLARD J. MADSEN



 “Devi essere sordo per capire” è una poesia composta da un sordo americano, il dott. Willard J. Madsen.
Nella poesia l’autore vuole mettere in luce i problemi che devono affrontare i sordi nel corso della vita, focalizzandosi  sulle difficoltà che riscontrano ogni giorno. Nell’incedere si ritrova spesso il verso che dà nome al brano come nel voler rimarcare questa condizione di mancanza che porta loro ad un livello di disparità.
I sordi come sappiamo hanno bisogno di un interprete per comunicare con le persone udenti. Madsen si pone il problema della comunicazione telefonica, affermando che  un interprete spesso non riporta la traduzione esatta di ciò che un sordo vorrebbe dichiarare.
Ribadisce che non c’è cosa più terribile che uscire e stare insieme ad amici udenti e non poter comunicare con loro ed esprimere la propria opinione, inoltre molte volte la mancanza di attenzione verso di loro non li aiuta a facilitare la comprensione di ciò che viene detto.
Il poeta vive  nel terrore di incontrare per strada qualcuno che chieda qualche informazione e di non poterlo aiutare.
Possiamo riscontrare un doppio significato quando afferma: “Che cosa c’è di più terribile che capire le agili dita dei sordi che descrivono una scena” .“Non c’è cosa più terribile” perché appunto se riesci a comprendere questo tipo di linguaggio, magari nella maggior parte dei casi non sei una persona udente e quindi sei costretto a comunicare con la lingua dei segni, ma allo stesso tempo si rincuora dicendo che sono cose che fanno sorridere appunto perché non si è soli, c’è qualcuno che ti può comprendere, con il quale puoi comunicare senza problemi e questo ti porta a sentirti parte integrante del mondo.
 “Com’è terribile “sentire” una mano. Sì, devi essere sordo per capirlo!”


La lingua dei segni è una lingua utilizzata dalle persone sorde o udenti per comunicare con i sordi. Si basa su un sistema di comunicazione visivo gestuale.
I sordi nel corso della storia hanno subito molte ingiustizie, dal medioevo fino al ‘600 venivano identificati come persone mentalmente ritardate. Solo nel ‘700 i sordi poterono accedere all’istruzione. La svolta significativa fu data da Charles Michel de l’Epée, il quale nel 1755 fondò la prima scuola pubblica  per sordi a Parigi, ed elaborò un nuovo tipo di linguaggio, decise  di utilizzare questa forma di comunicazione per insegnare la lingua scritta e parlata aggiungendo dei segni da lui creati corrispondenti alla struttura morfosintattica della lingua francese. 
Il suo successore fu Sicard che perfezionò ulteriormente il linguaggio dei segni, sviluppandolo poi in  altri continenti. Nel 1791 la scuola fondata da l’Epée diventa L’istituto Nazionale dei sordomuti di Parigi.
In seguito la lingua dei segni fu introdotta anche negli Stati Uniti per mano di Thomas Gallaudet, il quale si recò in Francia per imparare la lingua dei segni ed insieme a Clerc fondarono nel 1817 la prima scuola a Hertford nel Connecticut e in seguito la lingua si diffuse in tutti gli Stati Uniti.
 Nel 1864 Edward Gallaudet fondò a Washington la Gallaudet University, l’unica università al mondo che utilizza i segni nell’attività didattica. In Italia l’abate Tommaso Silvestri apprese il metodo di l’Epée e fondò la scuola per sordi a Roma.
Nel 1880 a Milano si riunì il Congresso Internazionale il quale diede una svolta alla lingua dei segni, in maniera del tutto negativa. Affermarono la superiorità della lingua parlata su quella segnata e imposero il divieto dell’uso dei segni. Questo comportò un calo di alfabetizzazione per i sordi. William Stokoe, un ricercatore americano, fu il primo a dimostrare che la lingua dei segni non è solo una mimica, ma è  una vera e propria  lingua, con un suo lessico e una sua grammatica  in grado di esprimere qualsiasi messaggio.
Nella lingua dei segni come in quella parlata esistono dei sottoelementi minimi privi di significato che prendono il nome di cheremi( fonemi nella lingua parlata). Ogni segno della lingua dei segni ha quattro cheremi: Movimento quello che la mano, le dita e il polso compiono nell’esecuzione del segno, l’ Orientamento  del palmo della mano che può essere rivolto verso l’alto, il basso a destra e sinistra, il Luogo dove viene eseguito il segno, e la Configurazione che sarebbe la forma assunta dalla mano.


venerdì 31 maggio 2013

La musicoterapia

La musicoterapia permette ad una persona di interagire con un'altra usando la musica o il suono come strumento di comunicazione non-verbale, nel caso in cui non riesca ad esprimersi con la parola. Si tratta di una tecnica che viene utilizzata per l'insegnamento, la terapia e la riabilitazione. Queste ultime si attuano nel campo della neurologia e della psichiatria e si preoccupano di curare, attraverso vari processi, persone affette da diverse patologie, quali: l'afasia, l'autismo infantile, il ritardo mentale, le disabilità motorie, i disturbi dell'umore, morbo di Alzheimer ed altre demenze, psicosi, disturbi somatoformi (in particolare sindromi da dolore cronico), disturbi del comportamento alimentare (anoressia nervosa). 
Per quanto riguarda la riabilitazione degli afasici, Philippe Van Eeckhout ha inventato una tecnica denominata "meloditerapia" che induce gli afasici al canto, attivando l'emisfero destro del cervello umano. Cantando la parola ritornerà in modo più semplice.
Nel video, dopo un'introduzione generale sul concetto di musicoterapia, ho tentato di sintetizzare come questa tecnica può agire su diversi livelli citando, oltre a Philippe Van Eeckhout, Gottfried Schlaug (neurologo americano) il quale si occupa della riabilitazione alla parola di persone colpite da ictus, e Alfred Tomatis, medico otorinolaringoiatra e studioso del suono, il quale sostiene che la musica mozartiana è in grado di rafforzare i processi cognitivi e creativi dell'emisfero destro: si parla di "effetto Mozart".  



 

Uso improprio di un pezzo dell'Historia Animalium di Aristotele



"Il linguaggio è proprio dell'uomo. Ogni essere che ha un linguaggio possiede anche la voce, ma non tutti gli esseri che hanno una voce possiedono un linguaggio. E' questo il caso dei nati sordi i quali sono sempre anche muti. Essi possono si emettere qualche suono vocale, ma non hanno alcun linguaggio."


Questo è il famoso passo che è stato al centro di alcune nostre lezioni. Dove sta il problema? Che, leggendolo, si è giunti alla conclusione che i sordi non sono uomini e si è dato vita ad un falso sillogismo: 

Tutti gli uomini hanno il linguaggio
I sordi non hanno il linguaggio
I sordi non sono uomini.

Clicca su il mio video per saperne di più :)




COME POTREBBE ESSERE UN MONDO SENZA SUONI?
 
La sordità è una diminuizione o perdita dell'udito. Viene spesso definita "handicap invisibile" ma anche "handicap della comunicazione" perché presente ma non immediatamente percepibile dall'esterno. La sordità dunque è qualcosa di invisibile... cerchiamo di comprenderne meglio il senso.

ecco il mio video

Petizione LIS

Io segno la Lis ma lo Stato italiano non riconosce la mia lingua  #iosegno

Sono ancora necessarie 34.421 firme, affinchè possa essere fatto il passo successivo che permatta alla LIS di essere riconosciuta come lingua ufficiale.


Tu puoi fare la differenza!   Abbiamo bisogno della tua  FIRMA